E' affermazione vicina al vero che sia il pubblico che i medici non conoscano l’omeopatia: la si tiene in poca considerazione, la si dileggia magari, ma non si sa nulla dei principi su cui posa o dei vantaggi che ne derivano.
Quando i pazienti reclamano l’opera del medico non chiedono uno specifico metodo di cura, chiedono soltanto la guarigione o il miglioramento delle loro sofferenze. Essi non dubitano affatto che il medico, nel quale ripongono la loro fiducia, non conosca a fondo tutti i metodi per guarire le malattie e non scelga quello che con maggior sicurezza e rapidità raggiunga il desiderato scopo.
L’omeopatia (dal greco omoios-simile; pathos–malattia) è una terapia che si propone di guarire il malato somministrando rimedi che, sperimentati sull’uomo sano a dosi diluite infinitesimali, producono sintomi simili a quelli della malattia che si vuole combattere. L’omeopatia applica quindi il principio della similitudine (similia similibus curantur), mentre la medicina tradizionale, accademica, applica il principio dei contrari (contraria contrariis curantur).
L’omeopatia è una scienza antica; Ippocrate, il padre della medicina, dichiarava già: ”la malattia è prodotta dai simili ed il malato ritorna alla salute per mezzo dei simili che gli somministrano”; venne poi Galeno e, combattendo le idee di Ippocrate, fece trionfare la terapia dei contrari. Malgrado Paracelso ed altri tentassero di combatterla, questa dei contrari è stata la terapeutica più seguita ed insegnata nelle nostre scuole; le idee di Ippocrate caddero nell’oblio e solo Hanemann, nato a Meissen nel 1755, (considerato poi il vero padre dell’omeopatia) ha avuto il merito di farle rivivere. Egli aveva infatti trovato e sperimentato un metodo terapeutico per il quale era necessario usare dei medicamenti trattati in un modo diverso dal solito, e, avendo scoperto le virtù curative di sostanze ritenute fino ad allora inerti, tipo la silice, il sale, l’oro, seguiva con esperimenti continui il suo concetto per dimostrare la verità a se stesso e agli altri.
Stabilito il concetto che il medico deve guarire la malattia con le sostanze che producono i sintomi nell’uomo sano, Hanemann stabilì un altro principio importante: l’individualizzazione del paziente e l’individualizzazione del rimedio. Nell’osservazione del malato egli notava scrupolosamente tutti i sintomi soggettivi ed oggettivi senza timore di discendere nei minimi dettagli, dato che lo scopo è arrivare a somministrare il medicamento più “simile”, ovvero il "simillimum".
Studiare l’individualità di ciascuno significa mettersi in condizioni di poter stabilire qual è il rimedio da darsi in quel momento, che non sarà, anche data una stessa malattia, lo stesso per ciascun malato, né lo stesso in tutto il decorso del morbo. Poiché la malattia decorre diversamente da individuo a individuo è logico che la ricerca del rimedio per ciascun organismo e per ciascuna fase della malattia deve essere appropriata.
Esiste un testo: “La materia medica omeopatica” che riporta tutti i sintomi per ciascun rimedio noto e la conoscenza profonda di essa è necessaria al medico per stabilire la diagnostica del rimedio, che ha uguale importanza se non maggiore, della diagnosi clinica.
È infatti l’esatta individuazione del rimedio che porta alla guarigione rapida del malato e questo è spesso il momento più difficile “dell’arte del guarire”.